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FANTASMI QUOTIDIANI
dal programma di sala:
Il troppo dissimile causa timore; ma il simile può essere un pretesto, invece, per scorgervi qualcosa che ci riguarda, come in uno specchio, più o meno deformato. I fantasmi sono questa deformazione: prossimi agli uomini ma da loro diversi, quel tanto che basta per accendere dubbi; o perché aiutino a parlar di noi stessi parlando d’altri, ma più sinceramente, con meno pudore e senz’alcun rischio. Così, nello spettacolo, in due atti unici introdotti e amalgamati da una liaison in versi, questi fantasmi si muovono tra il reale e l’irreale, tra la polvere e la vita: sono fantasmi veri e vibranti, intrappolati nelle bende della morte, in una favola senza tempo (“Il regno e il fiore” - Primo atto unico), dove re e regine, sacerdotesse e guerrieri, stimolano a un viaggio nella parola, fin dentro al mito; ma sono anche i fantasmi della coscienza, che opprimono l’uomo moderno ponendolo davanti alle grandi domande dell’esistenza (“Usanze” - Secondo atto unico), attraverso un vortice di contraddizioni in bocca a un “quasi” suicida.
Forse non custodisce lo specchio tutte le immagini del mondo? forse non è tutte le immagini senz’esserne mai nessuna? Immaginate che su ogni teatro s’affacci l’universo, e che ciascuno possa, attraverso la scena, fissarlo negli occhi; e specchiandosi dentro le storie riesca a riconoscere anche l’umanità che ne fa parte. Il troppo dissimile causa timore; ma il simile può essere un pretesto, invece, per scorgervi qualcosa che ci riguarda, come in uno specchio, più o meno deformato. I fantasmi sono questa deformazione: prossimi agli uomini ma da loro diversi, quel tanto che basta per accendere dubbi; o perché aiutino a parlar di noi stessi parlando d’altri, ma più sinceramente, con meno pudore e senz’alcun rischio. Immaginate un luogo dove ciascuno è uguale all’altro, dove nessuna finzione è necessaria per un’adeguata esistenza. Dicono tra loro: “E soltanto qui siamo tutti uguali, re o cortigiana, sacerdotessa o soldato. La morte pialla ciascuno al suo vicino; e tra fantasmi non ci sono gerarchie.” Oppure immaginate che una stirpe incontri un’altra stirpe, e che sia facilmente presa nella rete delle convenzioni e d’una diffusa pigrizia. Ci confidano: “Non si spaventa solo vagando per i corridoi, con le catene indosso, o facendo cigolare porte, o alitando dentro le ragnatele nelle penombre. Basta molto meno.” E intanto che voi immaginate, le immagini cambiano, e i gesti trascorrono sopra il palco. La prosa e i versi raccontano le storie, facendone con le parole una dolcissima culla; e i dialoghi passano, ora veloci ora più lenti; ora l’azione sale ora il pensiero incalza; nel presente o fuori dal tempo. Il teatro è questo specchio; guardate altri, dunque, per vedere voi stessi.
Marco Pozzi
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