DEATH AND THE CITY

Il nuovo irriverente spettacolo della compagnia Arriva lo spettacolo più inatteso, in cui si parla con ironia della morte e della società moderna, senza riserve, senza paure...

PROGETTO EXPERIOR

Il piccolo faro Al teatro Espace di Torino tre piccoli spettacoli di giovani attori e artisti in collaborazione con i Benandanti, novità 2012 Per info sul progetto clicca qui.

 

MEMORIE DAL CONVENTO

Il nuovo spettacolo laboratorio scuola Per far rivivere la storia della Carmagnola manzoniana con gli studenti dei licei 11, 12, 20 maggio 2012 Auditorium Roccati di Carmagnola

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ANALISI DI FLAGS, di Jane Martin
Regia di Beppe Rosso (ACTI)

Dopo Keely and Du e La Commedia dell’Amore - Jack e Jill
, L’ACTI di Beppe Rosso approda alle Fonderie Limone di Moncalieri con il terzo spettacolo di una trilogia costruita sui testi di Jane Martin: FLAGS, storia di una famiglia americana il cui figlio maggiore è morto in Iraq.

LINGUAGGIO
Dal punto di vista drammaturgico, occorre prima di tutto tenere presente che si è davanti ad un adattamento in cui – suppongo, non avendo letto l’originale – è stata necessaria una trasposizione da un originario slang americano ad un altrettanto gergale linguaggio italiano: l’operazione è stata condotta per lo più attraverso l’uso del turpiloquio mentre è mancata una coloritura espressiva a tutto tondo che forse avrebbe aiutato con più potenza la costruzione del personaggio (penso alla possibilità di dotare i personaggi di un accento particolare). Da ciò muove immediatamente una perplessità sull’approccio ad un testo come quello in questione: il linguaggio e talora alcuni vuoti nell’espressività degli attori non hanno permesso alla crisi di raggiungere il pubblico, un pubblico italiano molto lontano da quello americano e sicuramente ignaro, del tutto o quasi, anche dagli scottanti eventi storico – politici che l’opera richiama; un pubblico che allora deve essere preso “di pancia” su temi e situazioni e comportamenti che conosce.

Abbiamo ancora in mente lo strazio delle madri italiane che di recente hanno perso i loro figli in guerra o per mano di pazzi criminali, oppure il pathos tra il folklorico e il profondamente umano della madre Rom che urlava sul rogo dei figli a Roma: quella è la passione che avrei voluto mi fosse trasmessa e che credo sia condivisa in certe circostanze di dolore da tutti nel mondo, americani o italiani che sia.

LA STORIA
La storia era costruita su alcuni segmenti temporali scanditi dal coro “greco” dei cittadini americani: ben ricucita rispetto ai tagli sull’originale, i personaggi si succedevano con profili precisi, ben definiti: il padre, americano ligio al suo dovere di netturbino, ex soldato/patriota in Vietnam da cui ha riportato un’anca distrutta, con forte senso di giustizia tanto da cacciare di casa il figlio più giovane per avergli rubato un boiler; la madre, donna di casa tutta figli e torte al sambuco, ancora piacente e forse con un passato di donna avvenente; il vicino di casa, amico di sempre, quello scanzonato e divertente, che sa prendere in giro anche il suo tumore alla prostata, il lato più leggero della situazione (una sorta di clown shakespeariano); il figlio minore, teppistello, disprezzato dal padre e amato di nascosto dalla madre; il figlio maggiore, quello che non c’è e che tutti attendono, il figlio prediletto che è andato in guerra per tenere alto il nome della bandiera e della sua famiglia. E’ difficile dire chi siano protagonista, antagonista e aiutanti. Gli antagonisti potrebbero essere il prete, il politico, il soldato, la giornalista, quelli insomma che portano brutte notizie o che fanno virare la barca del dramma quando questo sembra essere approdato. In realtà credo che l’unico protagonista sia questo novello figlio-Godot, che, nella migliore tradizione, è l’unico a mancare e l’unico sempre veramente in scena (trovo molto d’impatto la trovata scenografico-registica di ricrearne la presenza costante con i sassi sospesi: sono il figlio e il duro macinio della sua morte a gravare costantemente sulla famiglia fino a schiacciarla). Tutti gli altri gli ruotano intorno cercando di dare alla sua morte un senso.

LA CRISI – plot centrale
Ma il vero dramma alla fine non è la morte del figlio in sé, altrimenti non capiremmo il lento deflagrare della famiglia verso l’abbandono della madre, l’ubriachezza di ritorno del padre, la morte del figlio minore. Credo che la vera tragedia sia nella sconfitta del padre avvenuta attraverso la morte senza onore del figlio: l’uomo che, eroe del Vietnam, è stato costretto a trascorrere tutta la vita tra i sacchi di immondizia, sperava nel suo personale riscatto attraverso il figlio. E quando questo muore, tutto sommato fa male, ma è un dolore che si sopporterà perché è giusto (in questo caso avrei voluto un padre addirittura più gonfio in petto sulla tomba del figlio e non troppo dimesso); quando però si scopre che il figlio è morto non con il fucile in braccio ma tra l’immondizia anch’egli, per di più sollevando la bandiera nemica, da pacifista e non da soldato americano, per poi essere smembrato e sfigurato, la tragedia del padre deflagra e quella stessa bandiera diviene da grande motivo di amore e di orgoglio un simbolo di morte e di delusione. Tutte cose che non giungono al pubblico in questa trasposizione italiana.

LA BANDIERA
Una bandiera che non c’è, che viene solo raccontata, ma che da qualche parte avrebbe potuto saltar fuori, anche solo con una suggestione. Risultano invece ridondanti le pietre, troppe e troppo spesso presenti: la pietra è di per sé un simbolo di grande spessore nella storia (pensiamo solo al “chi non ha peccato scagli la prima pietra” oppure alla “pietra dello scandalo” oppure al meno epico ma molto eloquente “tu sei buono e ti tirano le pietre” del grande Antoine). Qui le pietre hanno un senso quando vengono tirate dalla finestra contro coloro che ormai non sono più ritenuti dalla parte dei buoni, oppure quando gravano sul sudario del figlio morto; ma quando diventano telefono, fucile, oggetti di casa tendono ad un espressionismo eccessivo e inutile.
Attori giù di tono, poco carismatici, poco dentro alla storia. Alcuni ridotti a macchiette non troppo credibili. Il coro interessante ma non si capisce perché ci sia. Forse nell’originale era più chiaro.
E il giorno che vorrai difenderti vedrai che tante pietre in faccia prenderai! Sarà così finché vivrai Sarà così ...

Claudia Cravero

Beppe Rosso