| Teatro non-luogo
Antonio Sofi, sul numero settembrino della rivista Animals, commenta la teoria dei non-luoghi dell’antropologo francese Marc Augè, colui che, per farla brevissima, scoprì che non solo nelle selve oscure si perdono strada e senno, ma anche in aeroporto.
“I non luoghi (n.d.a. aereoporti, supermercati, stazioni di servizio, grandi magazzini…) – reinterpreta Sofi – sono il prodotto di una modernità sterile e senza memoria: non creano identità o relazioni significative, potrebbero essere qui e altrove. Teletrasporta un autogrill da Francoforte a Caserta Sud, e l’unico modo per accorgerti della differenza sarà controllare che dentro il panino Rustichella non ci siano i crauti”. Tuttavia non sembrerebbero del tutto inutili questi non-luoghi: aiutano a riposare mente e corpo, sicuri di non essere visti, rintracciati, riconosciuti, scocciati; inoltre ogni luogo ha il suo non-luogo e viceversa: basta cercare. Entri in un supermercato, rubi un pallone, ti metti a giocare fra due pile di barattoli di pelati e voilà: ecco che un non-luogo è diventato un campo di calcio in cui un uomo ha espresso la propria individualità. Magari in modo un po’ strampalato, ma l’ha espressa.
Letto l’articolo, mi son chiesta se la teoria si possa cucire anche sul teatro. Almeno imbastire forse sì.
Credo che i punti di vista da cui affrontare la questione debbano essere almeno a due: quello del pubblico e quello dell’attore. In primo luogo il pubblico, visto sia come creatura viva e intelligente che arriva e si siede in poltrona sia come società tutta che vede e legge il teatro, può trovare in esso un non-luogo, forse un non-luogo-artistico, tanto per non confondere. Lo stesso valga per un film al cinema o per una serie di quadri esposti in un museo: forse sarebbe meglio parlare di mondo-altro o di fantascienza, considerato il periodo in cui viviamo, ma ci sono ben poche variabili: in ogni caso per un’ora o due si entra in un terreno di confine, in una camera di decompressione in cui l’universo circostante scompare o giunge a chi guarda filtrato da un palco, uno schermo, una tela. Insomma, attraverso l’occhio di qualcun altro. E questo riposa, fa riflettere, inganna con compiacimento, diverte o annoia, ma secondo coscienza (si spera). La differenza rispetto al modello augiano (se posso coniare l’aggettivo), è che una volta usciti di lì il cervello e il cuore dovrebbero essersi intrisi di qualche cosa. E qui sta tutta la responsabilità di chi fa teatro, cinema, arte, e di chi la promuove. O non la promuove…
L’attore, dal canto suo, è l’imitatore per eccellenza, quindi un costruttore accreditato di non-luoghi e di mondi-altri: ma anche qui il non-luogo è quello in cui egli trova una via di comunicazione per smettere di essere se stesso non per annullarsi (come accade ai modelli umani di Augè), ma per crescere ulteriormente attraverso l’esplorazione delle risorse artistiche e umane, proprie e altrui. Egli crea, disfa e ricuce interi universi storici e sociali, dando voce a migliaia di tipi umani differenti in cui sembra perdersi, ma in cui in realtà non fa che costruire di più se stesso e chi lo guarda. Mentre, in altre parole, i non luoghi per eccellenza sono la voce della desolazione, dell’annullamento e dell’incognito, il non-luogo artistico diviene qualcosa di auspicabile e allettante. Una contro-teoria tutta personale.
Il mio rammarico è che, in finale di patita, le belle parole e le belle idee sprofondano nell’unico, vero non-luogo per eccellenza: l’ottusa e prevaricante ignoranza di chi, soprattutto in politica, fa finta di guardare perché non vuole vedere. E allora evviva la Rustichella col crauti.
Claudia Cravero
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