| Un teatro globalizzato
Prime riflessioni su cosa significa,o potrebbe significare, leggere in aula un’opera teatrale
“Viviamo in un mondo globalizzato”, tanto per esordire con un luogo comune di incontrovertibile autenticità. Un mondo globalizzato che miete vittime ovunque, nella società dei consumi come in quella dei valori, e che infierisce sui più deboli, siano essi persone o istituzioni. La cultura è una delle tante ostie sacre, immolate sull’altare del libero mercato e del “villaggio globale”.
Promettere, mordere e fuggire Tale ottica globale, in Italia, ha fatto in modo che le strategie politico-propagandistiche di un passato governo, che ha sedotto col miraggio del “taglia le tasse e riduci il disavanzo”, portassero molti a condividere con le lacrime agli occhi e la gioia nel cuore la speranza di un portafoglio più gonfio e di una coscienza più pulita; subito dopo, però, il conseguente graduale declino nei servizi e nella previdenza sociale, il sacrificio delle sovvenzioni destinate a vari settori pubblici, il rialzo dei prezzi e altre simili tristezze, hanno fatto venire a galla la disarmante verità: i soldi non ci sono più e non si sa dove trovarli. E tutto questo in un mondo fantastico dove ogni cosa cambia velocemente, una specie di grande Fabbrica di cioccolato in cui un moderno Willy Wonka produce prelibatezze, gustose e colorate, allettanti, ma di cui solo lui conosce gli ingredienti. E la regola è sempre quella del “mordi e fuggi”.
Cultura out Ma la globalizzazione ha purtroppo anche un’altra faccia, che si affianca a quella più strettamente economica - o che forse deriva da essa se si esplora a fondo - e che è pericolosa in ugual misura. Forse di più. E’ la globalizzazione delle mode, dei brand, dei gusti. Insomma quella che soprattutto i nostri giovani hanno ormai metabolizzato, vivendo ed esaltando una trasformazione comportamentale che ha del preoccupante. Cosa sarà per loro più “cool”: Sofocle o Britney Spears? La risposta sembra scontata, ma non escluderei a priori il tragediografo, a patto che divenisse icona di una casa di moda o che un regista hollywoodiano ci costruisse su un bel kolossal da milioni di dollari, farcendolo di enigmi, licenziosità e un pizzico di pseudo-cultura, tanto per darsi una parvenza di legittimità con i palati appena più pretenziosi. I nostri ragazzi vivono di immagini, di colori sparati davanti al loro naso alla velocità di un razzo, di sensazioni appena accennate e che subito cambiano, in una sequenza di metamorfosi deliranti. E a loro va bene così: tutto ciò che è lentezza, riflessione, concentrazione non è abbastanza trendy, non funziona, non piace più. Bene. Ora veniamo al punto: dove andiamo a mettere il teatro in un simile sconfortante panorama?
Teatro che soffre Per un verso l’ambiente teatrale tende oggi a chiudersi a riccio, privo di sovvenzioni e sempre più restio a lanciarsi in nuovi progetti, temendo una ulteriore caduta di pubblico che sarebbe poco salutare; dall’altra abbiamo la crisi economica che costringe regioni, comuni, associazioni e anche privati a investire il loro denaro in contesti più commercialmente proficui piuttosto che in uno spettacolo teatrale; ma resta una terza condizione, quella di un pubblico non partecipe, non coinvolto, che, pur avendo disponibilità di denaro, preferisce non acquistare il biglietto per il teatro, ma quello per la partita o per il famoso polpettone hollywoodiano. Perché? Perché è di moda così, perché il teatro è noioso, perché è più attraente il concerto hard rock. Perché lo facevano già gli antichi romani, quando snobbavano Terenzio per i giochi gladiatori. O forse perché non si sa cos’è il teatro, non lo si capisce. Soffermiamoci su quest’ultimo punto e andiamo finalmente a parlare di scuola.
Il teatro e la scuola Cosa significa studiare teatro a scuola? O meglio: si studia il teatro a scuola? Risposta: più o meno. Sì, perché qualcosa si fa anche. Quando si è fortunati alle superiori si leggono un’opera o due di Goldoni e di Pirandello; quelli del classico si vedono affibiare come compito a casa la traduzione dal latino di una commedia, e se poi il docente di inglese è in vena si dà anche un’occhiata a qualche capolavoro shakespeariano. Il maestro o il professore più solerti organizzano addirittura la “drammatizzazione” di alcune scene e i ragazzi si divertono e sembrano uscirne felici e contenti. Questo significa studiare teatro a scuola? Può darsi, ma non sono poi tanto soddisfatta. Un po’ di tempo fa ho chiesto ad alcuni studenti di una terza liceo classico in cui ero supplente se avessero mai sentito parlare di Jarry, Williams, Miller, Schnitzler, e gli sguardi smarriti hanno risposto per loro; di gran lunga più sconcertante è stato apprendere che alcuni (la maggior parte per la verità) non sapeva nulla neppure di Racine, Tirso de Molina, Ibsen e Cechov, ben presenti anche sulle antologie scolastiche, o almeno di Bontempelli, De Filippo, Tarantini, Baricco o di altri autori tutti nostrani. E dunque? Cosa era successo? Cosa sta succedendo nella scuola?
Trovare la cura Mi dispiace generalizzare, ma il teatro nei nostri percorsi didattici, nelle nostre prospettive educative è il grande beffato, il protagonista silenzioso, recuperato in extremis solo da qualche professore devoto, che, magari, ci ha sudato sopra tutta la tesi di laurea. Con chi prendersela? Con i Ministri della Pubblica Istruzione presenti e “pregressi”? Con i docenti? Con gli studenti? Con la società, a cui ormai diamo tutte le colpe? Non saprei. Ma una cosa si può facilmente intuire: non è dato sapere dove e quando la malattia ha colpito la prima volta, ma ora la pandemia c’è e miete sempre più vittime. Credo comunque che il vaccino esista, e che basti iniettarlo non solo nei programmi ministeriali ma anche nelle coscienze. Concretamente, in qualità di educatori, noi docenti dobbiamo fare il primo passo e comprendere che ciò che non si comprende, difficilmente si ama, per cui i nostri studenti non conoscono il teatro perché non lo leggono, non lo leggono perché non lo capiscono e non lo capiscono perché nessuno (o quasi) hai mai spiegato loro come affrontarlo con gli strumenti appropriati. Così, nel malaugurato caso in cui l’insegnante costringa i suoi ragazzi alla lettura individuale di un testo teatrale, quelli si limitano a studiare a memoria la trama che sicuramente avranno trovato disponibile su Internet. Cosa è rimasto loro dell’Amleto o dei Rusteghi? Qualche vaga idea e un paio di nomi neppure ricordati in modo corretto. Niente di più. Certo poco affetto.
Velocemente è peggio La giustificazione più frequente, e direi anche comprensibile, per spiegare il buco nero del teatro nella scuola, è quella che fa intervenire la mancanza di tempo curricolare da dedicare a questo che viene subito etichettato come “approfondimento bello ma poco attualizzabile”. Mi rendo conto. Ma allora meglio non fare per fare male. Mi spiego: certo sembra cosa migliore presentare in classe un’opera teatrale velocemente piuttosto che non presentarla affatto, ma credo che questo atteggiamento non faccia che sottrarre autenticità e valore non solo all’opera stessa, ma anche agli obiettivi più nobili del docente. Allora aiutiamo i nostri studenti, magari attraverso un unico approfondimento o durante un piccolo corso pomeridiano, ad avvicinarsi con consapevolezza alla lettura dell’opera teatrale, esplorandone i vari aspetti e i vari mezzi (la costruzione del personaggio, l’uso delle didascalie, l’ambientazione…); aiutiamoli a calare un drammaturgo nel suo contesto storico e sociale, accompagnamoli nell’esplorazione e nella comprensione di una delle espressioni più vivaci, mutevoli e rappresentative della nostra tradizione culturale, e non solo della nostra.
Se molti più docenti, e molte più scuole, adottassero questo tipo di approccio oggettivo, esplorando anche la possibilità di collaborazioni con esperti del settore e teatri locali, attraverso i loro studenti comincerebbero a intervenire sui gusti di tutti gli altri e sull’atteggiamento sociale costruitosi negli ultimi anni contro l’espressione teatrale, la quale corre il rischio di essere davvero solo riservata ad un’elite autodidatta e forse, per questo, neppure troppo preparata.
Claudia Cravero

|