| Al Gobetti con Umberto Orsini e Guido Davico Bonino c’eravamo anche noi
“Vorrei essere un bambino che non sa e che sale sulla scena per la prima volta…”, così diceva l’attore al professore qualche anno fa, durante un’intervista. Giovedì 15 gennaio 2009, l’attore e il professore si sono incontrati di nuovo e quelle parole sono ritornate, ancora vere, ancora vive dopo molti anni: segno questo che un attore non smette mai la sua ricerca, non cessa mai di essere come un bambino che si entusiasma e si diverte; anche il professore è rimasto lo stesso. Si chiamano Umberto Orsini e Guido Davico Bonino.
Attori dal vivo Ore 17:30: tutto accadeva nel teatro Gobetti, in occasione del primo di innumerevoli incontri con attori e registi che il Teatro Stabile ha messo in calendario per l’anno in corso: un appuntamento importante per permettere ai devoti e curiosi di parlare con i volti più conosciuti del panorama teatrale odierno. A inaugurare l’iniziativa “Foyer” è stato proprio Umberto Orsini, con Molly Sweeney di Brian Friel per la regia di De Rosa. Curatore e moderatore Davico Bonino. Presente un BenAndante.
Umberto Orsini: l’attore Il primo: grande attore di cinema e di teatro, di un bel teatro ma di un cinema non sempre bello. Nasce a Novara il 2 aprile 1934 e ottiene i suoi primi veri successi sul palcoscenico negli anni Cinquanta, con la Compagnia dei Giovani e la regia di De Lullo; passa poi a Morelli–Stoppa, al Teatro Eliseo con Lavia, a Ronconi, rinunciando per ben due volte a Strehler: “Mi cercò quando mise in scena “Le baruffe chiozzotte” di Goldoni e poi per “L’opera da tre soldi” di Brecht: dopo aver penato anni per estirpare la parlata novarese avrei dovuto imparare altri dialetti. La cosa non mi andava e così dissi di no al maestro”. Orsini lavora oggi con Andrea de Rosa che definisce “un giovane regista attento, raffinato e intelligente”, e dà in proposito un’anteprima sulla prossima stagione: dal 2 febbraio 2010 saranno ancora insieme a Torino, al Teatro Carignano, con “La tempesta” di Shakespeare.
Guido Davico Bonino: il professore Il secondo: Davico Bonino, ex professore di Storia del Teatro all’Università degli Studi di Torino, è stato anche critico teatrale per La Stampa e collaboratore RAI. Oggi continua imperterrito a scrivere libri sul teatro e di critica letteraria ed è docente presso la Scuola dello Spettatore del Teatro Stabile di Torino. Amico di Orsini, suo “critico” e sostenitore, lo incalza con aneddoti e domande. Umberto risponde bene, con raffinatezza e sobrietà; la sua voce è calda e misurata, una voce di anni e anni di studio e interpretazione.
Un occhio alle novità “Umberto è famoso perché conosce a memoria tutti gli incassi di tutte le compagnie d’Italia” dice il prof. “Un tempo, forse: ora un po’ meno”, l’attore si cela dietro un sorrisetto compiaciuto. In effetti egli ancora oggi è curioso, vivace e soprattutto attento al futuro del teatro: “Sono interessato alle novità, alle nuove sceneggiature, e sono sempre alla ricerca di nuovi copioni, che leggo nel pomeriggio, quando mi ritempro prima di uno spettacolo”. Orsini volge però lo sguardo prevalentemente al teatro straniero, a quello del nord dell’Europa. A quello di Pinter, di Harwood e di Friel.
Molly Sweeney: i volti della cecità “Ma che ci dici di Molly?” incalza Bonino. Orsini parla con trasporto della sua ultima fatica, ispirato a un fatto reale raccontato dal neurologo Oliver Sacks nel suo saggio “Vedere e non vedere”. Ne parla con devozione perché questo non è solo un semplice spettacolo teatrale: è un esperimento registico, è un’apertura azzardata eppure affascinante su ampi problemi etici e filosofici. Il testo, ampiamente rimaneggiato dal regista e da Orsini, propone 40 minuti iniziali di parole al buio, claustrofobiche, imbarazzanti: Molly è una donna di 40 anni cieca, mirabilmente interpretata da Valentina Sperlì. Vive felice nella sua cecità con cui è nata, ma, quando con un’operazione torna a vedere, non solo le luci in sala si accendono, ma si accende anche la tragedia nel suo cuore. Cos’è dunque la “normalità”? Quella dell’uno o quella dei molti? Molly deve imparare a vedere, a prendere le misure, a riconoscere gli oggetti senza gli occhi delle sue mani. Alla fine deciderà di chiudere i veri occhi per tornare a vedere come vuole lei, ad essere serena e tranquilla.
Emozionarsi in platea senza spettacolo Il colloquio si conclude dopo un’ora e lascia un retro gusto di curiosità e di appagamento insieme. Viene voglia di vedere lo spettacolo, viene voglia di leggere il copione e l’opera. Ma si sa qualcosa di più, dell’attore e dell’uomo. Del teatro di oggi. Per questo i Benandanti saranno ancora presenti ad altri incontri e ad altre interviste: per imparare, trasmettere, raccontare qualche parola sul teatro.
Claudia Cravero

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