PREMIO SIPARIO

Marco Pozzi finalista Pubblicata l'opera finalista sul numero 749 di Sipario: "Trapasso fai da te"

LABORATORI TEATRALI

DIVINO KAOS - 17,18,19 maggio 2013 Uno sguardo sulla crisi attraverso l'aldilà dantesco Leggi l'articolo sullo spettacolo

 

CURARSI CON IL TEATRO

Nuovi laboratori di Teatro Benessere da gennaio 2013, per sentirsi meglio e vivere meglio

PDF Stampa E-mail

TEATRO E FICTION

Attori si nasce, si diventa, qualche volta si smette di esserlo...

Tempo fa, parlando con un giovane attore di teatro, ho scoperto quanto nel nostro Bel Paese il verbo “recitare” sia variabilmente intendibile.
Il mio amico era stato contattato per una piccola parte in una fiction e le sue aspettative erano state subito del tutto disattese, sia da un punto di vista economico che da un punto di vista registico e recitativo. Una storia ben nota a molti attori che dal teatro passano a questi nuovi surrogati del cinema, che di settima arte poco si intendono, visto che il loro scopo primario resta quello di vendere pubblicità e di intrattenere ad ogni costo.
Qualcuno si salva perché ottiene una parte da protagonista o da co-protagonista, ma sullo schermo pare sempre e comunque soffrire, languire in un limbo che gli garantisce denaro ma che inibisce spesso ogni abilità acquisita sul palco con enormi sacrifici. E questo perché c’è un abisso tra cinema e teatro per quanto concerne la regia e l’interpretazione; se poi si parla di fiction si apre un intero universo…

Controcorrente è meglio o peggio?
Credo che attori un po’ si nasca, ma è ovvio che “imparare il mestiere” sia importante per tutti: le attitudini naturali da sole non bastano. Anche Giotto ha imparato da Cimabue, Mozart si esercitava al piano e Mariangela Melato forse si limiterebbe a fare la massaia se dentro di lei non fosse sbocciato un po’ del sacro fuoco dell’arte che subito la “signora del palco” ha imbrigliato ed educato con innegabili ottimi risultati. E qui l’asino casca la prima volta.
Un vero attore di teatro di solito ha alle spalle una scuola di almeno due o tre anni e/o un bel po’ di gavetta sul palcoscenico; la maggior parte degli attori di fiction, nel migliore dei casi, ha un corso di recitazione mignon e un po’ di dizione imparata nella pausa caffè – quando ci va bene e non parlano con inflessione dialettale. Su questo punto il mio amico attore, che la scuola e la gavetta se l’è fatte, si sentiva in difetto. Perché si sa: quando tutti vanno a destra e tu vai a sinistra e non sei un gran leone, in difetto un po’ ti ci senti.

Un’Italia a compartimenti stagni
La scuola americana e quella anglosassone insegnano che l’attore è attore e basta: che reciti su un palco o davanti a una cinepresa, che lavori per una produzione di Broadway o per il teatrino di quartiere, che balli canti o faccia gesti. Non importa: deve essere attore a 360 gradi e saper gestire ogni situazione recitativa si presenti. Ed ecco perché molte star d’oltre Manica o d’oltre oceano si trovano a loro agio sia a teatro che al cinema. E in entrambi i casi, se c’è talento, il risultato è sempre molto buono.
In Italia le arti sono separate: o sei attore di cinema o sei attore di teatro e chi tenta di cambiare lascia segni visibili, non sempre encomiabili. Poi c’è l’attore delle fiction, un’altra storia.

Datemi il copione, per carità!
Il mio amico si lamentava: in queste produzioni per il grande pubblico non si va per il sottile. Un attore di teatro è abituato a fare “riscaldamento”, a leggere a tavolino la sua parte con il regista, a meditare sul suo personaggio per comprenderlo, penetrarlo e saperlo rendere (Stanislavskij 
docet); è abituato ad avere tempi diversi, modi diversi, rapporti diversi. La scuola e la pratica gli hanno insegnato questo. Gli hanno pure insegnato che anche la più piccola parte a teatro è importante, e che ogni attore deve conoscere tutto il testo, consegnato dal regista al cast prima di iniziare. Sui set delle fiction non è proprio così: le parti minori non vengono curate, ma il povero attore è gettato nella mischia con due dritte veloci sui movimenti e le posizioni. Il testo gli viene affidato poco prima delle riprese, e limitatamente alle sole battute che lo riguardano.
Il mio amico ha iniziato a girare e nemmeno sapeva quale fosse la trama della serie di cui era piccolissima comparsa, perché, anche chiedendola, nessuno gliel’ha raccontata. Si è rattristato, si è sentito deluso, si è arrabbiato: “Dovrei saperlo fare” ha detto tra sé, ma forse non era tutta colpa sua. E qui l’asino è caduto una seconda volta.

Se poi vogliamo farlo cadere una terza, poniamoci una domanda feroce: in Italia è l’attore di teatro che non sa recitare nelle fiction o sono le fiction che fanno disimparare a recitare? Forse il cerchio si chiude ancora su questo verbo, “recitare”, di cui la televisione e qualche volta il cinema italiani hanno dimenticato il significato.


Claudia Cravero