| Guitti al Gobetti
Enzo Moscato con le “sue” Doglianze approda a Torino Recuperare l’antico attraverso il moderno, meglio se napoletano
A scuola mi avevano insegnato che non si fa, ma vorrei iniziare lo stesso con una domanda: dove finisce l’attore e inizia il pubblico? Un interrogativo che martella ormai da secoli drammaturghi, registi, attori e che forse non avrà mai un’unica risposta, tanto è soggettivo il mestiere del teatro, anche quando si dice che non è così. Enzo Moscato, giovedì 19 febbraio, ha proposto la sua soluzione, in un’intervista condotta da Roberto Tessari per il progetto Foyer del Teatro Stabile di Torino. I Benandanti erano di nuovo lì.
Le doglianze tradinventate “Le doglianze degli attori a maschera”, in scena a Torino dal 18 al 22 febbraio 2009, sono tornate nella stessa città che vide il loro esordio nel 1751. Sono cambiati il teatro e il regista: allora erano il Carignano e Goldoni; oggi sono il Gobetti e Moscato. E si può dire che anche l’autore non sia più lo stesso. Goldoni scrisse l’opera per rendere omaggio a Molière e forse per prendere le distanze dal grande predecessore francese, in un elogio scenico ma anche nella messa a nudo dell’umanità personale e creativa dell’uno e dell’altro: Le doglianze parlano di Molière ma anche di Goldoni e della sua riforma, attraverso un linguaggio poetico difficile che ha fatto dell’opera un prodotto da molti considerato minore nella produzione del grande commediografo veneziano. Moscato ha riscritto il testo (l’occasione era la Biennale di Venezia del 2007) e lo ha riadattato alla contemporaneità, in quella che lui ama definire una “tradinvenzione”: “Ho letto, studiato e reinventato il testo di Goldoni, riscrivendolo da capo e colorandolo di modernità”. Un’operazione audace, difficilissima quella dell’autore e regista napoletano, che non vuole tradire la sua terra raccontandola sempre e comunque nei propri lavori, e concedendosi per questo una soggettività interpretativa forte e coraggiosa. “Per tradire occorre conoscere, per sporcare occorre conoscere bene l’arte del pulire”: e così il regista “imbratta” il testo mantenendo i versi con cui era stato scritto ma attualizzandoli attraverso un linguaggio nuovo, un pastiche di lingue e dialetti – primo fra tutti il napoletano - e un’alternanza di musicalità, cantilene e schiettezza comunicativa.
Il guittismo perduto Il teatro muore e risorge in questo sfogo audace di rimaneggiamento, all’insegna del “guittismo” più accentuato che chiama in causa prima di tutto la recitazione. “L’attore deve ridiventare “basso” per riscoprire le sembianze vere del teatro” sostiene Moscato, fornendo dunque un’idea del tutto soggettiva dei rapporti con il suo pubblico: “non è necessario che la gente comprenda ogni cosa, non è necessario un teatro “nobile”, ma è fondamentale riscoprire la dimensione del divertimento e del coinvolgimento”.
Pubblico: sì o no? Moscato è un guitto, è un maestro, è un teatrante completo: drammaturgo, regista, attore, poeta, reinventa il teatro dal suo punto di vista. Che non è l’unico, ovviamente. Egli salva la “monnezza” del teatro, quella colta s’intende, quella consapevole. Altri salvano o hanno salvato il testo, originale, altri ancora il solo attore con i suoi gesti e tutte le sue maschere, vere o inventate che siano. Tutti hanno torto e tutti hanno ragione. E il pubblico? che si diverte e si annoia o che non capisce o che crede di capire, a volte forse un po’ troppo? Lui che diritti ha? Tanti, pochi o nessuno, questo lo decidono quelli che il teatro lo fanno, davanti sopra o dietro il palco. E allora dovremmo almeno forse perdonarlo questo pubblico sballottato di qua e di là, persino quando si assopisce, perché, come diceva Shaw, “anche dormire è una forma di critica”.
Claudia Cravero

Qualche notizia per chi si è assopito…
Enzo Moscato “Attore, autore e regista teatrale; in un ventennio di teatro ha scritto e interpretato spettacoli di grandi invenzioni stilistiche e sceniche. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti il Premio Riccione/Ater per il Teatro 1985, il Premio Ubu per il Teatro 1988 e 1994, il Biglietto d'Oro AGIS 1991, il Premio Franco Carmelo Greco 2004. Ha liberamente tradotto in italiano per la scena testi come Arancia Meccanica, Ubu Re, Tartufo”. Riadatta nel 2007 per Scaparro e la Biennale di Venezia “Le doglianze degli attori a maschera” di Goldoni.
Le doglianze degli attori a Maschera Scritta e rappresentata da Goldoni nel 1751, è un’opera meta teatrale che il veneziano dedica a uno dei momenti più difficili della vita di Molière e al proprio difficile passaggio dalla Commedia dell’arte alla Riforma. Il testo, scritto in versi martelliani (o alessandrini), racconta della relazione con quella che inizialmente si diceva essere la figlia di Madeleine Béjart, sua compagna fino a quel momento. Si parlò di incesto, ma le voci furono smentite quando si seppe che la giovane era in realtà la sorella della Béjart. Ma l’opera parla anche di Goldoni e della sua Riforma e delle difficoltà incontrate dagli attori nell’adattarsi a non recitare più su un canovaccio e senza maschere.
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