| Il bar dei teatranti
Storia di ordinaria normalità
Nel mondo ci sono molti posti speciali, alcuni lontanissimi, universi affascinanti che si sognano una vita e si vedono una volta e basta; alcuni altri invece stanno dietro l’angolo di casa, proprio dietro, dove passiamo ogni giorno per almeno dieci mesi all’anno. Questi crediamo di conoscerli meglio, ma forse non ne abbiamo mai scoperto la vera storia, forse perché non ce n’è mai fregato niente. Un chiosco di giornali, la vetrina di un negozio di anticaglie, la portineria di un palazzo, un bar. Sì, un bar, niente di speciale ma con una grande vetrina all’americana, di quelle che lasciano vedere tutto del’interno e ti danno l’impressione, quando sei fuori, che dentro si apra un mondo, e quando sei dentro, che tutto il mondo possa vederti mentre bevi il tuo caffè.
Un bar così è quello che c’è accanto al teatro Gobetti, a Torino. Un bar qualunque con qualcosa di speciale. Un bar della ribalta. E allora come fai a resistere? Entri, scegli uno dei tavoli vuoti, ti siedi e cominci a guardarti intorno: i tavolini e i muri coperti di colori caldi e densi; un lampadario di vetro di Murano, o qualcosa di simile; piante finte e vere da tutte le parti. Rumore di tazzine sbattute, odore di toast e di caffè. Ma la cosa più interessante sono le locandine lunghe e orizzontali che coprono un bel po’ di vetrina: sono quelle delle opere teatrali di scena nel mese, per lo più; altre sono già un po’ datate ma sono belle e così nessuno le stacca.
“Cosa le porto?” mi chiede Emanuele, il barista. Ha capelli neri un po’ lunghi e le gote simpatiche. “Un aperitivo.”
Emanuele se ne va verso il bancone e io alzo lo sguardo sul televisore ultrapiatto appeso a due spanne dal soffitto: in onda c’è un programma musicale. Poi mi abbasso su tre clienti che entrano. Ne riconosco solo uno, è un regista napoletano, un guitto abilissimo e famoso del teatro contemporaneo. Deduco che le due donne siano con lui, una forse è la moglie, forse sono due attrici. Si siedono e chiacchierano, tranquillamente, e ignorano tanto me quanto il programma musicale sulle loro teste. La donna ha una catena dorata al collo, una bigiotteria spavalda, che però indosso a lei non sfigura, anzi, crea ritmo con il grosso anello al dito mignolo. Il regista invece ha i capelli grigi tirati indietro e un orecchino. La ragazza è bionda, ma si vede che è ossigenata perché ha le sopracciglia scure…
“Il suo aperitivo.” “Grazie”, ma non mi fermo lì. Quelli là non mi sentono, così chiedo a Emanuele cosa significa avere un bar accanto ad un teatro importante in una città importante. Mi dice che spesso arrivano attori, anche di cinema o della televisione, alcuni li conosce altri no, magari sono i clienti che glieli indicano. Se ne stanno per conto loro, parlano del più e del meno, tifano per una squadra di calcio che passa in TV in quel momento. Persone normali che fanno cose normali: chi l’avrebbe detto? Chi avrebbe pensato che in un bar un attore non si metta a declamare versi di Shakespeare o a parlare del buon vecchio teatro di Goldoni saltando su un tavolo e mimando i gesti della Commedia dell’Arte?
La sera a teatro mi sono rivista davanti gli attori del bar: senza collana, senza anello al dito, con parrucche e abiti di scena. Erano sempre gli stessi, ma nei panni di altri. Mi sono chiesta quale fosse per loro la finzione: quella del bar o quella del palco? Forse, dopo tutto, in quel bar erano veri sul serio: veri e normali, com’è giusto che sia. Che tifano per una squadra di calcio, bevono un caffè e svuotano le tasche nel posacenere, come facciamo tutti. In un bar qualunque, dietro l’angolo. Chi l’avrebbe mai detto…
Claudia Cravero
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