| Requiem per il teatro (2009)
Il “Requiem aeternam dona eis, Domine” echeggia ormai in ogni dove nel nostro Paese, dove la cultura è stata impietosamente sepolta sotto cumuli di terra nera, e la via per la Resurrezione sembra lastricata di troppi tagli e martellate per essere a portata di mano, anche se si avvicina la Santa Pasqua. Altro che miracoli! Neppure quelli bastano più, anche perché un vice-dio si è insediato stabilmente a Palazzo Chigi e di far vedere i ciechi o camminare gli storpi non ci pensa proprio. Quest’anno l’Italia ha investito nella cultura lo 0,28% del PIL e quel poco che sembrava previsto è stato ulteriormente ridimensionato: i fondi per lo spettacolo, i beni culturali, la scuola e la ricerca sono evaporati come l’acqua sotto il caldo sole di mezzogiorno. C’è chi ha il coraggio di pensare che le cose vadano finalmente per il verso giusto: perché pagare tanti insegnanti fannulloni, perché dare soldi ai teatri solo perché qualche tipo snob vada ad assistere a un’inutile rappresentazione; perché ristrutturare un monumento o portare avanti una ricerca che potrebbe salvare l’umanità dalla catastrofe? Dove sta il profitto in tutto questo? Nell’Italia del 2009 si ragiona così: dopo il taglio propagandistico delle tasse e qualche specchietto politico per le allodole, i comuni, le regioni e le province non hanno più moneta e l’unica soluzione è licenziare il lavoratore medio e tagliare i fondi alla cultura. Il primo in qualche modo si arrangerà, la seconda può anche morire, tanto non serve. Questo accade quando la legge del mercato vince su quella umana, e questo fa dell’Italia un paese perdente, su tutti i fronti.
No soldi, no dignità Naturalmente la svalutazione sociale del lavoro porta con sé, di conseguenza, la svalutazione sociale del lavoratore. Un esempio? La scuola va male perché gli insegnanti sono “tutti” incapaci; i cantanti e gli attori farebbero bene a chiedersi se quello a cui hanno dedicato anni di sacrifici si possa definire “un’occupazione seria”; i ricercatori universitari sono figli di papà parcheggiati negli Atenei senza un briciolo di rispetto per chi lavora davvero. E con ciò non voglio salvare in toto le categorie: certo qualcuno che è lì per motivi che esulano dal talento e dal desiderio spasmodico di allietare il prossimo e di migliorare il mondo c’è , questo è certo. Ma il famoso fascio dell’erba non va più bene, non è mai andato bene. Perché se così fosse, mi chiedo per quale strano motivo a Palazzo non si decida di chiudere tutti i teatri, tutte le scuole, tutte le università. In fondo sono cose inutili, no?
Attori con le antenne verdi E pian pianino veniamo a noi: senza nulla togliere agli amici “di cultura” distribuiti con grande pena negli altri settori incriminati e umiliati, voglio parlare degli attori di teatro. I quali neppure sanno cosa vuol dire dignità sociale, fatta eccezione per pochi “mostri” di riconosciuta grandezza che brillano ormai di luce propria e che, se l’aria tirasse davvero male, un angolino se lo vedrebbero comunque riservare, raschiando il barile fino all’ultimo euro. Parlo dei giovani, delle piccole compagnie coraggiose come la nostra, che per sopravvivere dovrebbero essere alieni o X-men e riuscire a cibarsi di vento.
Umiliati e offesi Li si snobba, li si tratta male, li si sfrutta senza ritegno, perché tanto lo fanno visto che hanno bisogno di lavorare. Sono sottopagati, umiliati, spaventati, ricattati e svalutati. E dire che molti provengono dalle migliori accademie, spesso hanno frequentato corsi in altri paesi europei o hanno addirittura attraversato l’Oceano per perfezionarsi nella loro arte. Dopo di che hanno commesso l’errore di tornare. In effetti si parla tanto di fuga dei cervelli nell’ambito scientifico: e perché non parlare di fuga di talento e di genio artistico? Perché queste sono attitudini che non vendono. Si può ribattere: se vengono tagliati i contributi agli stabili come si pretende che si incentivino le nuove leve? Ed è proprio qui che il meccanismo si inceppa e mi sale il caldo alle orecchie.
Cambio di prospettiva Da troppo tempo qui si vedono le cose da una prospettiva sbagliata: proprio dai giovani si dovrebbe partire tagliuzzando un po’ dove negli anni passati sono arrivati milioni di euro non sempre serenamente redicontati. Il lavoro di ricerca attoriale, registica e drammaturgica fatta a partire dalle scuole e dall’iniziativa personale: su quello si doveva puntare; la crescita di una nuova generazione di persone adatte, specializzate, talentuose e responsabili, per far passare il messaggio che il merito paga, non la raccomandazione e il portafoglio. Invece è stato fatto l’opposto e ora ci si lamenta, quando non solo sono scappati i buoi, ma l’intera fattoria.
E qualcuno, mistificatore o solo ingenuo, si lamenta perché non c’è più buon teatro. Si lamenti piuttosto che non c’è più nessun bravo attore che lo fa il buon teatro, o meglio, ci sarebbe anche ma è impegnato in un call center o tra i tavoli delle pizzerie, perché il delitto del genio nella nostra società non paga.
Mecenatismo coraggioso Allora cosa fanno queste giovani compagnie piene di coraggio e di buone intenzioni? Vanno ad incrementare una richiesta che qualche non troppo amato personaggio del piccolo schermo ha annunciato come la salvezza del futuro della nostra cultura: cercano un mecenate privato. Come ormai non tutti più sanno, Mecenate fu il più noto consigliere dell’imperatore romano Ottaviano Augusto: egli, circondandosi di giovani poeti e storici di abilità e di talento, incentivò la cultura del suo tempo in modo assoluto, giungendo addirittura a prestare il suo nome, a sua insaputa, a chi, nei secoli successivi, avrebbe fatto lo stesso. Scoprire, coltivare e sovvenzionare: questo era il compito dei grandi mecenati del passato. Essi furono papi, vescovi, signori, gentil donne ricchissime e intelligentissime, che spesso superarono anche i difetti della loro posizione minoritaria o politicamente “scorretta” per sollecitare artisti e scrittori a dare una voce nuova alla loro epoca. Lo Stato non lo faceva e torna a non farlo: tocca dunque ai privati. Sempre che siano disposti. Perché il sacro fuoco dell’arte brucia sempre di meno e un discorso di prestigio e di pubblicità efficace viene ben accolto se si parla di squadre di calcio e di fiction, poco se si tratta di spettacoli teatrali senza i ragazzi della De Filippi e del Grande Fratello. Eppure a loro vanno gli ultimi appelli di questi giovani che non vogliono accettare di scomparire, solo perché qualcuno ha deciso che deve essere così, senza motivazioni accettabili. Non vogliono sottomettersi alla legge di un mercato che uccide l’uomo e tutto ciò che di più umano egli può trasmettere ad altri umani come lui, con un quadro, un monologo, un’aria lirica. Una poesia o una canzone.
Claudia Cravero
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