| Riflessioni su un teatro di ri - generazione
Grande successo per Gianrico Tedeschi che porta in scena Svevo
Riflettere sul teatro andando a teatro è una cosa che mi piace e che quindi faccio spesso. Ultimamente mi è capitato assistendo a un gradevolissimo spettacolo dal titolo già di per sé eloquente, “La rigenerazione”, al Teatro Carignano di Torino, dal 5 al 17 maggio 2009.
Il teatro di Svevo Il testo, opera di Italo Svevo, si può considerare a buon diritto la continuazione della Coscienza di Zeno, in cui un Cosini “altro”, più vecchio e meno disfattista, decide di sottoporsi a una non ben definita operazione per ringiovanire. Una commedia amara sul conflitto generazionale, ma più ancora sul dissidio interiore di chi è avanti con gli anni e vorrebbe averne venti; che non sa se essere un “vecchio giovane” o un “giovane vecchio”. Con un occhio sempre attento alla psicanalisi, che emerge qua e là attraverso i sogni del protagonista, Giovanni Chierici, la storia racconta la borghesia sveviana mitteleuropea, quella benpensante che opprime mentre protegge; e mentre Chierici, ritrovata forse la vera baldanza giovanile – più di testa che di fatto -, comprende che è meglio rimanere legato ai propri ruoli e a una forte “moralità” di comportamenti e di desideri, per salvare una famiglia altrimenti spezzata, tutti intorno a lui continuano a vivere la loro ottusa quotidianità di “belle maniere”, di moglie, di figlia vedova, di servetta allegrotta e di aspirante fidanzato invadente e baldanzoso.
Famiglia Tedeschi In tutto questo, ad accrescere ulteriormente l’atmosfera meta teatrale, si è calato nei panni del vecchio padre un fantastico Gianrico Tedeschi, grande attore e doppiatore, che, alle soglie ormai dei novant’anni, si è in effetti “rigenerato” davanti al pubblico rivelando ancora una sorprendente agilità. Accanto a lui, sua figlia, Sveva Tedeschi, unico neo della compagnia, con una recitazione un po’ legnosa e poco coinvolgente. Ma non solo questo: a spettacolo concluso, sotto una pioggia di applausi, è comparso sul palco il nipotino Tedeschi, la terza generazione di questa famiglia del teatro italiano: il giovanissimo e il vecchio sono rimasti soli sul palco, uno disinvolto per aver ormai sperimentato molto, l’altro per non aver ancora conosciuto quasi nulla. Entrambi erano lì, in mezzo al sipario aperto e con loro ho visto cosa può davvero essere il teatro.
Malattia teatro Può essere vita che racconta se stessa, che ragiona sulle sue tappe e che si porta in scena, fondendosi con l’esistenza vera, quella che gli attori, la gente del pubblico, le persone dietro le quinte subiscono o godono ogni giorno; è qualcosa che entra nel sangue, nel DNA, per non abbandonarlo mai, di padre in figlio. Forse è una malattia, è un pensiero, è una mania, una metamorfosi obbligata. Ma se ti prende, è fatta: non ti lascia più. De Filippo, Gassman, Pambieri… grandi nomi che, per bravura o solo per nome, hanno continuato questa magia l’uno nell’altro, con luci e ombre, ma sempre con il cuore sul palcoscenico, malati di teatro, vivi di teatro. Hanno vissuto se stessi attraverso e con il teatro, da bambini, da giovani, da vecchi, anche per noi, che stiamo a guardare.
Claudia Cravero
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