| Teatro di giovani dilettanti
Lavorare tra fatica e soddisfazione per non essere solo lupi di successo
Al giorno d’oggi gli sconfinamenti tra professionismo e dilettantismo sono sempre più numerosi e spesso chi li compie non ne ha neppure consapevolezza. Troppi improvvisati si credono, e definiscono, “attori”, “cantanti”, “ballerini”, “scrittori” solo per aver partecipato ad una squallida trasmissione televisiva o per aver pubblicato il resoconto delle loro performances erotiche in vacanza. Una triste storia già molto sentita, su cui non ho neppure desiderio di tornare, almeno non in questi termini. Ma in altri sì.
Teatro di un tempo, teatro di oggi Parlando in particolare di teatro, il professionismo infondo è nato da chi possedeva solo le proprie doti e spesso nessuna vera scuola artistica, se non quella della bottega, quella che si faceva “facendo”, nelle piazze, nelle strade, nelle corti, su palchi improvvisati o nelle sale di qualche ricco mecenate . Poi sono nate le accademie degli stabili e le scuole delle compagnie, e da lì tanti talenti si sono costruiti come attori, partendo da una base tecnica, poi limata durante anni di sana gavetta. In ultimo è venuta l’ondata degli Amici e dei Grandi Fratelli, che ha permesso a giovani , talora con tanto desiderio di apparire e con poche qualità, di bypassare anni e anni di duro lavoro, finendo in fretta dietro a obiettivi finanziati da grandi nomi della TV e del mondo politico. Le gonne corte hanno preso il posto della dizione e la cosa parla da sé… Si tratta di dilettanti alla ribalta, che però non si sono fermati alla Corrida, ma hanno preso il posto di chi quel lavoro se lo meriterebbe sul serio.
L’eticamente corretto Se si eliminano questi episodi tragicamente svilenti per la professione, e si va a riscoprire il vero valore del dilettantismo, qualcosa tuttavia si deve salvare. I dilettanti veri, quelli che non ambiscono ai grandi guadagni e agli onori della cronaca, sono quelli che riprendono l’arte del teatro, della danza, del canto per fini (si spera) eticamente corretti. E’ il caso degli spettacoli organizzati dalle città, magari in collaborazione con gli oratori parrocchiali, oppure con i centri sociali o le scuole. Il mondo dei dilettanti in questo caso è del tutto apprezzabile e utile ad una società che ha bisogno di riscoprire una dimensione che va oltre quella del vil denaro.
Valicar montagne si può Lavorare per esempio con adolescenti e con ragazzi un po’ più grandi , diciamo tra i 13 e i 25 anni, ha sicuramente un fascino che non si può comprendere, a meno che non si decida di avventurarsi in un territorio minato da mille piccoli inconvenienti: volubilità, poco senso del dovere, grande senso del disordine sono solo alcuni e dunque, per affrontare l’impresa, occorre poter disporre di pazienza e di un’ottima capacità organizzativa. Non guasta un po’ di rigida disciplina, se non altro per garantire l’inizio delle prove all’ora stabilita. Di solito i ragazzi, obbligati e volontari insieme, sono molti, anche alcune decine, tutti diversi per età, provenienza sociale, aspettative, per non parlare delle abilità di dizione e di gestione del corpo, per limitarci all’essenziale. Si sceglie tra chi c’è , tra chi vuole fare, tra chi dà la sua disponibilità magari con un po’ di riluttanza: insomma, preparare un cast è la prima montagna da valicare, con tutti gli elefanti. In alcuni casi il testo viene solo abbozzato e in un secondo momento, quando si è deciso chi deve fare cosa, vengono aggiunte o modificate le parti (si arriva anche ad aggiungere scene, solitamente per garantire a tutti anche solo poche battute e una breve comparsata sul palco).
Preparare un musical con i giovani Se si decide poi di essere particolarmente masochisti, si sceglie di preparare un musical: in questo caso è assolutamente necessario dividere i ruoli, almeno in tre sottogruppi di regia: ballo, canto e recitazione. Un regista unico dovrà poi incollare tutto insieme, stabilire entrate e uscite, decidere le luci migliori per le varie performances. Insomma: una vera e propria odissea in cui, in genere, si intravedono le coste della patria alla prova generale, o poco prima. Il delirio e poi, magicamente, tutto fila liscio. Questo perché il meglio di sé lo si dà con un pubblico vero davanti, quando si è alle strette o si è opportunamente minacciati di fustigazione se lo spettacolo andrà male per propria colpa. E si può capire: chi non vive di questo lavoro non ha interessi, se non quelli che gli derivano da un certo livello di dignità personale, a far sì che la cosa sia di buon livello. I giovani un po’ più degli adulti. Poi, dopo le fatiche, le arrabbiature, le ramanzine e gli sbuffi, tutto va più o meno a posto e, mentre ancora scrosciano gli applausi, qualcuno viene anche a chiederti quando sarà il prossimo spettacolo. Lo si guarda e si sorride: qualcosa – si spera – gli è rimasto dentro, sennò non sarebbe lì a guardarti con aria speranzosa e con un bel sorriso di appagamento sulle labbra: il senso dello stare insieme, del dover collaborare bene affinché il prodotto sia accettabile; la consapevolezza che l’arte non si fa da sé, ma necessita anch’essa di preparazione, di lavoro, fatica e abnegazione, come tutto, infondo; la constatazione che è importante chi sta sul palco, ma anche chi sta dietro le quinte, a dare indicazioni, a suggerire, a sporgere un oggetto o semplicemente ad applaudire per dare un po’ di coraggio. I giovani posso anche deludere a volte, ma molto più spesso danno il meglio di sé se vengono ben guidati, e cresciamo tutti un po’ insieme a loro.
Credo che proprio il teatro dilettante possa insegnare ciò che alcuni professionisti hanno perso: che questo è un mestiere oltre ad essere solo un’idea, o un talento, o un occhio dalla ribalta; che si fa bene solo se si fa insieme, dividendosi oneri e successo. Imparando ad essere un po’ più animali sociali e non lupi solitari.
Claudia Cravero
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