| LA MASCHERA SGHEMBA DELL’ATTORE
Scriveva Aristotele nella sua Poetica che “La commedia è imitazione di persone più spregevoli (n.d.a. rispetto alla tragedia), non però riguardo ad ogni male, ma rispetto a quella parte del brutto che è il comico. Ed infatti il comico è in qualche errore o colpa, ma che non provoca né dolore né danno, come, per prendere il primo esempio che ci si presenta, la maschera comica, che è sì brutta e stravolta, ma non causa dolore”.
Secondo il filosofo greco, la commedia è di valore inferiore rispetto alla tragedia perché “fa ridere” ragionando con leggerezza su ciò che di brutto c’è nel mondo, ma per fortuna non fa male a nessuno. Il brutto sarebbe dunque una sorta di peccato inferiore, di quelli per cui ci si ferma al piano terra dell’Inferno, ma resta sempre condannabile, e con questo postulato hanno giocato secoli di storia che è spiacevole ripercorrere ma che è bene non dimenticare, soprattutto quando il “brutto” è stato inteso come “diverso”: la strega è brutta, l’assassino è brutto, l’ebreo è brutto. Anche l’attore è brutto, goffo, strano e da seppellire in terra sconsacrata. Come mai gli attori sono sempre stati visti come la controfigura del demonio, che ridesse o digrignasse i denti?
Qualche giorno fa, in visita al MAO, il Museo di Arte Orientale di Torino, mi sono posta questa domanda transitando dinanzi a un paio di statuette e poi ad alcune stampe che ritraevano attori singoli o in gruppo: anche per gli amici del sol levante è la stessa storia, quella che era già dei Greci, che è stata dell’uomo del Medio Evo occidentale e che è per tante culture e religioni: la diversità, la novità, l’inspiegabile, il contro-natura hanno una loro rappresentazione grottesca, distorta, a-normale, e l’attore porta con sé il diverso, ciò che si dice ma che non è, e per questo non è giusto secondo natura. Volti sfigurati da risate strambe, occhi stravolti e smorfie inconsuete animano queste rappresentazioni. Ma sono legittimate dalla realtà perché, lo si voglia o no, la normalità che conosciamo e vediamo tutti i giorni non fa ridere. Per far divertire un bambino si fanno le boccacce, per mettersi di buon umore al mattino si sta davanti allo specchio 30 secondi sorridendo come fessi con tutti i denti. Lo diceva anche Umberto Eco, o meglio lo faceva dire al terribile frate avvelenatore, che ridere non è bene perché il riso deforma e allontana da Dio. Come se Dio non ridesse mai! Magari è così, ma chi può dirlo?
Credevo fosse una conseguenza solo dei nostri cristianissimi secoli bui, e invece anche altrove nel mondo le cose sono andate così: l’attore è strano e anomalo, fuori dagli schemi. Con tutte le aggravanti non solo morali ma anche, e soprattutto, economiche, di chi deve tirare a campà: sei brutto e atipico quindi soffri! Oggi per fortuna non è più così, sebbene nell’immaginario collettivo la sfiga lo perseguiti e il suo non sia mai considerato un vero lavoro: è il retaggio del peccato originale del primo attore che osò mettersi una maschera buffa e imitare la natura delle cose. Ma in una società come la nostra forse l’unica verità sta proprio nell’imitazione.
Claudia Cravero
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