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Marco Pozzi finalista Pubblicata l'opera finalista sul numero 749 di Sipario: "Trapasso fai da te"

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SULL’INCONSISTENZA DELL’ARTE

ALESSIO CAPPELLO

LA GENESI DELL’ARTE

Albert Camus (1913-1960), scrittore e filosofo esistenzialista, propone ne Il mito di Sisifo una teoria molto interessante sulla genesi dell’arte, che potrebbe essere presa per vera:

[…]tutta la scienza di questo mondo non potrà darmi nulla che possa rendermi certo che tale mondo mi appartiene. Voi me lo descrivete e mi insegnate a classificarlo; enumerate le sue leggi , mentre, nella mia sete di sapere, ammetto che siano vere; smontate il suo congegno e la mia speranza aumenta. Al termine ultimo, mi fate sapere che questo universo incantevole e variopinto si riduce all’atomo e che l’atomo, a sua volta, si riduce all’elettrone. Tutto ciò va bene, ed io attendo che continuiate. Ma voi mi parlate di un visibile sistema planetario in cui gli elettroni gravitano attorno ad un nucleo, e mi spiegate questo mondo con un’immagine. Devo riconoscere allora che siete arrivati alla poesia […]. Ho appena il tempo di sdegnarmene, che voi avete già cambiato teoria. Così questa scienza, che doveva tutto farmi conoscere, finisce nell’ipotesi, questa lucidità sprofonda nella metafora, questa incertezza si risolve nell’opera d’arte.

Prendendo per buona questa riflessione di Camus, si può ben capire che la spinta all’arte, ossia la genesi stessa dell’arte, deriva dall’insoddisfazione intellettuale che lascia il fallimento della razionalità scientifica. Paradossalmente se fosse data una verità oggettiva o si scoprisse la genesi dell’Universo in modo assolutamente scientifico, l’arte cesserebbe automaticamente di esistere. Ma la domanda che sorge spontanea è: se la scienza è così fallace da costringere l’uomo a ricorrere all’arte, questa ha un potere di esaustività tale da rendere l’uomo sazio della propria arte? La risposta a questa domanda non è semplice. Credo che sia un circolo vizioso (non virtuoso) per cui l’uomo, o meglio l’artista, inizia a dipendere dalla propria arte. E in quanto dipendenza, l’arte stessa diventa sempre troppo blanda e inconcludente ed ogni pensiero fatto ne richiede migliaia di altri.

LA POSIZIONE DELL’ARTISTA

Vorrei premettere che non credo che l’artista, o pensatore che fa del pensiero la propria arte, sia una persona qualunque. I punti di vista di queste menti elette, di questi geni, sono talmente nitidi che non possono che essere frutto di un’apatia sociale. Ossia di un distaccamento di tale personalità dalla vita reale. L’artista, già dotato di una sensibilità intellettuale naturale e poi coadiuvato da avvenimenti contingenti correlati alla sua personale esistenza, tende a distaccarsi dalle cose della vita e ad osservarle da un punto di vista esterno. Ecco il punto cruciale: qui si genera l’irrequietezza e l’infelicità di fronte al mondo a cui non si appartiene completamente.

La domanda che sorge spontanea è: che n’è di tutto il resto del mondo non toccato dal da questa personalissima sensibilità artistica? Io credo che le categorie siano due:

  • I non artisti, ovvero coloro che assolutamente non percepiscono alcuna angoscia che possa derivare dal pensiero, in quanto non sviluppano alcun tipo di sensibilità artistica. Essi conducono una vita assolutamente viscerale, senza dare all’intelletto e dunque all’arte, la possibilità di intaccare il loro vivere secondo quanto chiedono le contingenze.
  • Gli artisti incapaci, coloro i quali avvertono il disagio del pensiero ma non riescono a sublimarlo attraverso l’arte. Questa moltitudine vive un’esistenza assolutamente angosciata in quanto la spinta all’arte non solo non può essere sublimata in nessun tipo di creazione, ma la ricerca stessa viene stroncata da una totale e intrinseca consapevolezza di fallimento. Sono questi destinati per lo più alla noia, alla mollezza, all’inettitudine (basti prendere ad esempio i vari personaggi dei romanzi di Italo Svevo, quasi tutti romanzieri falliti) e, nei casi più estremi e turbati, al suicidio.

L’ARTE COME PROCESSO CONSOLATORIO

Dunque, dopo la consapevolezza di non appartenere al mondo, subentra un processo di auto consolazione, di cui è mezzo l’arte stessa. L’artista, resosi dunque conto di essere tale, estraniatosi dalle vicende reali della sua vita, decide di crearne un’altra. Questo fa l’arte: libera l’artista dalle contingenze imprevedibili del mondo tangibile per crearne uno quasi (kantianamente parlando) noumenico. Ossia l’introspezione dell’artista genera un mondo depurato dal mondo stesso, per cui l’artista trova una sorta di consolazione provvisoria.

LA PROVVISORIETA’ DELL’ARTE

Ho assunto prima che la consolazione che l’arte porta è assolutamente provvisoria. Tale è un punto cruciale ai fini dell’analisi che si va conducendo. Infatti, solo la genesi, o meglio la pre-genesi, la gestazione dell’arte stessa è consolazione e speranza per l’artista. Quando l’irrazionale non ancora è compiuto e dunque il suo volto non appare all’artista. Questa indefinitezza del volto dell’arte porta l’immaginazione a creare esponenzialmente l’arte, e dunque l’artista non si sente minimamente ingabbiato all’interno della scienza, ossia del mondo già divenuto, incompleto e indifferente.

Ma una volta generata l’arte, una volta espressa la propria irrazionalità primitiva, l’artista ha tra le mani un che di reale, assolutamente tangibile. Ecco che ciò lo disgusta. O meglio: lo rende indifferente, a causa della sua esattezza compiuta, della sua esaustività perentoria. Un’opera d’arte compiuta ha lo stesso valore della scienza. E allora l’artista non può che rifugiarsi nell’immaginare un altro possibile parto artistico. Ecco il circolo vizioso sopra citato.

L’INCONSISTENZA DELL’ARTE

Dopo aver analizzato la genesi dell’arte, il ruolo dell’artista e la provvisorietà dell’arte stessa, veniamo al punto cruciale dell’analisi, ossia l’inconsistenza dell’arte. Tale punto si ricollega al discorso fatto precedentemente a proposito della provvisorietà dell’arte. Diremo che provvisorietà e inconsistenza dell’arte possono essere termini interscambiabili, anche se differiscono per qualche punto. Analizziamo tali punti:

  • Quando parliamo di inconsistenza dell’arte ci riferiamo ad opere d’arte già compiute e, in qualche modo, già abbandonate dall’artista e dal fruitore. Se parliamo di provvisorietà dell’arte, essa è certamente più in divenire, ancora viva: il transito ideale tra immaginazione ed inconsistenza;
  • Parlando di inconsistenza, non possiamo fare a meno di pensare ad un che di negativo, che non porta vantaggi all’artista o al fruitore: così, in effetti, è. Parlando di provvisorietà instilliamo nel nostro pensiero qualche goccia di positività, qualche cosa di non totalmente negativo.

Chiarito ciò si può definire con maggior precisione ciò che si intende per inconsistenza dell’arte. Essa è, a parer mio, l’impossibilità di adeguare totalmente l’opera d’arte alla mutevolezza contingente del mondo fenomenico. Ossia, la ristrettezza dell’invenzione artistica viene a combaciare con ciò da cui l’artista voleva fuggire, ossia la concretezza insoddisfacente del mondo descritto secondo le formule scientifiche. Ecco che si crea un circolo assolutamente paradossale in quanto l’artista si trova invischiato in una specie di labirinto: volendo scappare, l’artista, dal mondo razionale e definito, si rifugia nel mondo irrazionale e indefinito dell’arte; scoprendo che l’opera d’arte, compiuta, è assolutamente razionale e definita, l’uomo prova sgomento e frustrazione.

Ne è un esempio lampante l’incompiutezza tipica del Michelangelo che, non potendo “liberare” dal marmo “l’anima” stessa della scultura, la lasciava grezza e incompiuta. Questo perché, molto meno poeticamente di quanto diceva l’artista fiorentino, l’arte già accaduta, già divenuta perde consistenza e potenza, e dunque non interessa più all’artista in quanto non è più in grado di sublimare il suo bisogno irrazionale.

Si crea così un corollario disperato, per cui l’uomo non può né rinunciare a porsi in un atteggiamento di ricerca irrazionale né fare a meno della propria arte, che però gli crea disgusto. Questa è la frustrazione dell’arte, del pensiero.

PIRANDELLO E I SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE: L’IRRAPPRESENTABILE DRAMMA

La prima figura di spicco che si va ad analizzare è il noto drammaturgo e romanziere italiano Luigi Pirandello (1867-1936). In particolare vado a soffermarmi sul teatro, ancor più precisamente sui suoi Sei personaggi. Oltre al messaggio che accademicamente deve passare, ossia che ognuno di noi indossa delle maschere (stessa tematica del suo romanzo Uno, nessuno e centomila) , c’è un’altra tematica che Pirandello ha levigato con minuta perizia.

Questi Sei personaggi hanno bisogno di un autore per rappresentare il loro dramma, una vicenda abbastanza trascurabile, ma che crea in loro un sentimento di vergogna, quasi di lutto. Allora, rivoltisi ad una compagnia teatrale, chiedono al Direttore-capocomico di aiutarli in questa impresa. Ogni tentativo fallisce in quanto la realtà degli eventi, rappresentata ad hoc sul palcoscenico è terribilmente innaturale, incompleta, incongruente. Il dramma personale di ciascuno è conchiuso ad una serie di gesti prestabiliti che uccidono il dramma stesso. Ecco perché è lecito parlare di irrappresentabile dramma. Il teatro, in questo caso, è pura metafora dell’arte e della sua incapacità risolutiva del dramma umana: torna ad emergere l’inconsistenza dell’arte.

Pirandello lavora in maniera sublime l’opera e ci dona molti spunti per comprendere questa frustrazione che egli, da artista, sente e cerca di trasmettere. Di seguito sono riportati alcuni brani dove bene viene spiegato tale concetto:

IL CAPOCOMICO         Ma che verità, mi faccia il piacere! Qua siamo a teatro! La verità, fino a un certo punto!

e ancora:

LA FIGLIASTRA          […] Povero amorino mio, tu guardi smarrita, con codesti occhioni belli: chi sa dove ti par d’essere! Siamo su un palcoscenico, cara! Che cos’è un palcoscenico? Ma, vedi? Un luogo dove si giuoca a far sul serio. Ci si fa la commedia. E noi faremo ora la commedia. Sul serio, sai! Anche tu… […] Il giardino, la vasca… Eh, finta, si sa! Il guajo è questo, carina: che è tutto finto, qua!

Oltre a questi spunti che l’autore direttamente ci manda, c’è un’altra componente, più celata, che ci fa dedurre questa separazione tra teatro (e dunque arte) e realtà. I Sei personaggi sono ben scissi dal resto degli autori. Ovvero il dramma reale  viene diviso dal dramma artefatto . Tale dicotomia si avverte anche e soprattutto nella prestanza scenica dei Sei personaggi, protagonisti assoluti e reali, potenti e prorompenti, che nulla ha a che vedere col ritratto quasi macchiettistico che l’autore dà agli attori, ingabbiati nelle leggi di un’arte inconcludente e inconsistente.

 

CALVINO E SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE: L’IMPOSSIBILITA’ DI CONOSCERE LA REALTA’

Un altro autore che, come Pirandello, ha preso in analisi in modo sostanziale il problema irrisolvibile di un’arte inconsistente è stato Italo Calvino (1923-1985). In Se una notte d’inverno un viaggiatore, lo scrittore ha voluto trasmettere l’inconcludenza e, appunto, l’inconsistenza che l’arte (in particolare la letteratura) porta con sé. Nell’opera, un ipotetico Lettore comincia serenamente a leggere un romanzo (Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, appunto), ma, per vicissitudini a lui estranee, il romanzo si interrompe e il Lettore è costretto a ricercarne il seguito. Tale escamotage permette a Calvino di scrivere l’incipit di dieci romanzi apocrifi, inventati, assolutamente dei falsi. La loro caratteristica comune sta nella loro perentoria interruzione. Questo è il punto cruciale: di dieci eventuali romanzi, tutti tra loro differenti, nessuno è in grado di portare una conoscenza totale della realtà. Tutti e dieci falliscono nel tentativo di spiegare, in modo assolutamente diverso ciò che esiste ed è vero. Quello che Calvino probabilmente voleva trasmettere era comunque l’esattezza delle analisi che ogni incipit di romanzo contiene: proprio questo prospettivismo letterario che si crea, questa parziale esattezza singolare di ogni romanzo, fa si che nessuno, nel complesso, sia in grado di spiegare il significato della realtà stessa. Ciò che però emerge, nonostante la premessa sconfortante, è il fatto che non si può fare a meno della letteratura, o in senso lato dell’arte. E questa miscela tra inconsistenza e bisogno d’arte porta la frustrazione di cui si è parlato nelle premesse precedenti.

LA MATURAZIONE DELL’INCONSISTENZA DELL’ARTE: L’INUTILITA’ DELL’ARTE E OSCAR WILDE

Quando un artista prende atto della immaturità stessa che l’arte porta con sé, in quanto materia assolutamente inutile con scopi quasi ludici, matura, probabilmente, una concezione di arte più adulta. L’inutilità dell’arte altro non è che lo stadio finale della malattia dell’artista, la rivelazione dell’inconsistenza dell’arte. Una presa di coscienza tanto forte da negare l’unica spinta che dovrebbe salvare l’artista dal mondo contingente che non gli appartiene. Quello che però potrebbe sembrare un suicidio intellettuale diventa invece un’indifferenza quasi salvifica, come se fossero le cose stesse e non l’arte, ad essere importanti. Tale circolo potrebbe sembrare paradossale, in quanto afferma l’inutilità di ciò per cui l’artista vive e si consuma, ma realmente è la fase più matura della concezione dell’inconsistenza dell’arte. Per fare un corrispettivo filosofico si prenda ad esempio Nietzsche e  la sua teoria sul nichilismo, ovvero l’annullamento essenziale dell’uomo e soprattutto dei suoi scopi: questa è l’inconsistenza dell’arte. Ma Nietzsche stesso, subito dopo, afferma di essere riuscito a superare il nichilismo stesso che si era scoperto, e ad adeguarsi alla vita creandosi scopi e, per quanto possibile, godendone: questa è l’inutilità dell’arte.

L’artista che più di tutti ha tradotto in parole questo sentimento fu Oscar Wilde (1856 – 1900) che, nella prefazione a Il ritratto di Dorian Gray, propone magistralmente una serie di enumerazione secondo le quali l’arte basta a se stessa. Dunque non è più corretto parlare di inconsistenza dell’arte, in quanto l’arte stessa non pretende più di essere pragmaticamente correlata all’esistenza stessa. L’arte assume un altro compito, ovvero quello del creare la bellezza e di goderne. Ma tutto questo è inutile:

L’artista è il creatore di cose belle. […]

Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto. […]

Nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico. […]

L’arte rispecchia lo spettatore, non la vita. […]

Tutta l’arte è completamente inutile. […]