| PROGETTO SCRIPTORIUM
La compagnia teatrale, forte del suo piccolo gruppo di dramaturg in continua attività e formazione, apre questa sezione dedicata a nuovi progetti drammaturgici. Lavori, scritture, metodi nuovi di approccio al testo e nuove forme di compenetrazione fra l'azione della scrittura e quella della messa in scena. La compagnia I Benandanti come Bottega di creazione e di studio non solo attoriale. LA PRIMA TAPPA: PUBBLICO IN SALA Il primo passo è quello di creare qui un punto di incontro per coloro che desiderano parlare e scrivere di teatro. Lo abbiamo chiamato "PUBBLICO IN SALA". Non critici, non super esperti, ma persone che amano il teatro e amano (e sanno) scrivere sul teatro. Cosa ci è parso dello spettacolo? Com'erano, secondo noi, la sceneggiatura, la scenografia, le scelte registiche? Come hanno recitato gli attori? Come hanno reagito coloro che erano seduti accanto a noi in sala?
Non vogliamo proporre una nuova rubrica tanto per farlo, ma per dare voce a coloro che spesso non si ritrovano nelle poche righe dei giornali che criticano, osannando o demolendo, uno spettacolo solo dal punto di vista degli addetti ai lavori. Vogliamo che sia fatto da chi il teatro lo va a vedere come spettatore, con oggettività, con chiarezza, così da offrire un buon spunto di riflessione e anche una valutazione per chi a teatro ci deve ancora andare. Ecco dunque il primo articolo, per rompere il ghiaccio. Questo e altri si possono leggere sul nostro sito alla voce in home "i nostri articoli". A breve sarà online su questa pagina il regolamento a cui ciascun scrittore dovrà attenersi, pena la non pubblicazione dell'articolo.
IL CLASSICO E’ DI MODA Sofocle raccontato al Carignano e alle Fonderie da Lavaudant e Rifici Ultimamente è tornato di moda il classico, quello “vero”, antico, denso. E per fortuna nostra è tornato di moda quello ben fatto, che rispetta il testo e la buon’anima degli scrittori, adattati tuttavia su regie moderne e innovative. Anche stupefacenti. E’ il caso di due spettacoli passati per Torino di recente: l’”Elektra”, per la regia di Carmelo Rifici, e l’”Aiace Filottete”, per quella di Georges Lavaudant. Due registi alle prese con due storie sofoclee dalle tinte forti, che addirittura si collegano l’una all’altra per un barlume di trama; due avventure dell’umano- troppo- umano in cui l’eroe mentre si perde riacquista se stesso. In entrambi i casi, ancora, storie che entrano l’una nell’altra, che si compensano, come a dire che le disgrazie di uno sono di tutti, in ogni tempo. Partiamo dall’inizio, dalla guerra di Troia: la città non cadrà se Neottolemo, figlio di un Achille ormai sceso negli inferi, e Filottete, l’arciere che possiede l’arco di Eracle, non prenderanno parte alla battaglia. Ulisse invia così Neottolemo alla ricerca di Filottete, che si trova a Lemno, coperta una gamba da terribili piaghe suppurate che da dieci anni lo condannano a dolori atroci. Filottete dovrebbe essere ancora ingannato, ma il suo coraggio spinge Neottolemo ad essere sincero con lui e a rivelargli il suo destino di uomo sfruttato e non voluto. Anche Aiace è, come il primo, un uomo tradito, ancora una volta dal perfido Ulisse e dalla dea Atena, egli che, al pari di Neottolemo, si è visto privare delle armi che gli spettavano ed è stato reso pazzo. Egli si macchia così di onta, uccidendo greggi che crede nemici, e non gli resta che morire per salvare il proprio onore. Sulla fine, mentre si congeda dal figlio, Aiace maledice gli Atridi, Agamennone e Menelao, augurandosi che i colpevoli della sua morte e di una così crudele guerra possano subire la morte e il dolore per mano della loro stessa famiglia. Così è. E a raccontarci quest’altra storia è sempre Sofocle, anche se attraverso le parole dello scrittore Hugo von Hofmannsthal, che fa un passo in avanti e ci presenta la sua terribile Elettra, figlia di Agamennone, desiderosa di vendicare la morte del padre inflittagli dalla madre e dal suo amante. Per questo ella istiga prima la sorella e poi il fratello Oreste, tornato all’insaputa di tutti. Alla fine Oreste compirà il suo dovere. E in Elektra si intravede il profilo di Amleto, che parla con la bocca della donna con una scelta un po’ azzardata ma efficace: entrambi sono stati privati dal padre in modo empio ed entrambi nutrono un amore insano per la madre, colpevole e destinata a morire. Due regie diverse ma accumunate dalla potenza espressiva: quella di Lavaudant è lenta, misurata, fatta di eloquenti tagli di luce su di una parete grezza; i gesti sono calibrati, le parole giungono potentissime con un apparente minimo sforzo. In un’atmosfera a tratti dalle sfumature noir, la tragedia si consuma con eleganza, senza sopraffare. Più penetrante invece la scelta di Rifici, che disegna sul palco una Micene sottosopra, immersa nel sangue del suo sovrano, in preda alla follia di un popolo che non sa e che non capisce. Bambole gotiche, scale di Escher, piastrelle bianche da mattatoio (o da manicomio) e tanto, tantissimo sangue creano intorno alla protagonista un vivaio di paure e di passioni, a cui si aggiungono le parole occluse della regina Clitemmnestra, persona grottesca e macabra. Gli attori dell’uno e dell’altro sostengono bene le fatiche emotive e portano con fierezza il fardello di un testo e di una regia complessi. Unico sconforto il teatro quasi vuoto. Possiamo parlare di orari, di lunga presenza a teatro e di tutto un po’. Forse è solo la scelta di un pubblico disabituato che non comprende e che non ha né voglia né coraggio di confrontarsi con qualcosa che non parla solo ai sensi, ma anche all’intelletto. Peccato: ne valeva la pena. Claudia Cravero |


Al teatro Espace di Torino tre piccoli spettacoli di giovani attori e artisti in collaborazione con i Benandanti, novità 2012 
